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da
Prologo
Irreale
Dormivano
entrambi in una stanza buia. Da qualche giorno non mangiavano
né
bevevano: la loro disperazione era troppo forte. Carichi
d’ira e di
nero umore irrisolto, avevano deciso di lasciarsi andare. Avrebbero
potuto torturarsi l’un l’altro, ma non avrebbe
avuto senso.
Assoluto il caos che li avvolgeva. Si sarebbero distrutti a
vicenda…
e non era questo che volevano. Nonostante il buio, una parte di loro
amava furiosamente vivere.
Si
rigiravano nel letto senza trovare una soluzione.
Una
luce. Elettrica, ma pur sempre una luce.
Lei si
alzò; sollevando la vestaglia lilla, si mise a volteggiare.
“Facciamo
dei bambini!” e rideva. “Facciamo dei
bambini!”
Lui taceva.
Già sognava grandi artisti pronti a riempirlo di soldi e a
ringraziarlo genuflessi di averli generati.
Ma sì,
poteva aiutarla nell’impresa.
Quella
notte, il materasso si mosse.
Due
luci. Minuscole ma intense.
Le due
ombre non l’avrebbero mai immaginato: dalla loro unione
nacquero
due gemelli, Amaranto e Rubina. Erano straordinari: lui, lunghi
riccioli neri ed enormi occhi; lei, pelle candida e labbra rosa.
Nonostante
i loro genitori.
Crescendo,
i gemelli manifestarono una forte empatia ed uno smisurato interesse
per il bello e per l’arte, unito ad una incomparabile
facilità
nell’apprendere. Si volevano così bene da
suscitare spesso
una profonda invidia. Erano capaci di tenersi per mano e restare ore,
seduti, solo scambiandosi dolcezza attraverso gli occhi.
Ognuna
delle due ombre aveva il suo ‘prediletto’, che
tiranneggiava con
cura per educarlo alla completa obbedienza; ma non ce ne sarebbe
stato bisogno: i piccoli erano così attenti che davano
immediatamente agli altri ciò di cui necessitavano.
Sarebbero
stati una gioia per qualunque essere umano avesse incrociato la loro
strada, ma per le due ombre no. Loro volevano che i gemelli fossero
tristi; e invece non lo erano. Nonostante le privazioni e la mancanza
di cure da parte dei genitori, Amaranto e Rubina erano
un’infinita
sorgente d’amore. Questo non andava bene: dovevano piangere,
disperarsi come facevano loro, e al posto loro. Altrimenti
perché
li avrebbero generati?
Scoprirono
presto come farli soffrire: era sufficiente dividerli.
I fratelli,
solitamente prìncipi dell’ubbidienza, questa volta
puntarono
quattro occhi terrorizzati sulle ombre e, presisi per mano, si
prepararono alla fuga. Via!
Fu inutile.
Dopo
qualche metro furono riacciuffati.
E il loro
canto d’amore si divise per anni in due urla strazianti.
da Gra
11) Amandoti (G. Nannini).
Avevo voglia di muovermi. Era quasi il tramonto, la sabbia illuminata di rosa finalmente non ustionava i piedi. Camminai, camminai, passando da un lido all’altro, da una battigia all’altra, finché non mi accorsi che erano le ventitrè, l’ora del mio rito. Non avevo il violino con me ma quella sera non importava. Individuai una buca in mezzo alla rena e lì mi accucciai sfinito, addormentandomi.
Fui destato da una luce abbagliante che proveniva dagli scogli. Nell’aria una musica, una canzone di Gianna Nannini che parla di un amore straziante. La ascoltavo sempre pensando a… te…
La scogliera è sparita. Vedo un prato sconfinato, ricoperto di girasoli e di altri fiori di un giallo luminoso. Un bambino e una bambina lo attraversano. No, sono un bambino e sua madre… danno vita ad una piccola maratona, giocano e ridono forte. Il bambino inciampa e svanisce inghiottito dalla prosperosa flora. Si ritrovano scostando i petali, lei lo prende in braccio e lo lancia in aria con un gridolino festoso.
Sono io il bambino. Tu sei mia madre.
Una voce. Crudele.
Ti voglio bene,
mia dolce roccia.
Ti do un bacio che non mi tocca.
Piango. Piango. Piango. Invoco, strillo mentre corro anch’io sulla spiaggia, voglio raggiungerli, voglio stare con loro… Voglio percorrere ogni giorno quel prato, il mio prato!
Quella voce. Crudele.
Saprai
lo spero,
che io non c’ero.
Ora ricordo.
Dov’erano finiti l’amore e l’odio per te?
Dov’eri finita tu?
Mamma, dove sei? Mammaa!!
La Tua Voce, crudele.
Ti sentirai
Come un maiale
Sgozzato
E io ti guarderò.
Hai continuato ad esistere nei miei pensieri; fuori di me eri un fantasma inconsistente oppure la mia Nemesi incarnata.
Famelica
Eppure… quanto ti amo! Quanto ti amo e amo il nostro prato!
Pronta
Portami ancora assieme a te.
A succhiarti
Solo per un’ora, ci andiamo solo per un’ora?
Il sangue.
Basta! Basta! Basta!
Non riesci a fermarti tu, non riesci a guardarmi tu, non riesci a dare tu.
Ti chiedo un favore però. Lasciami il bambino. Fa’ che d’ora in poi possa stare accanto a me.
Potresti farlo?
Io me la caverò, io crescerò: tu però correrai da sola!
Lasciami! Quel bimbo non esisterà più per te, apparterrà unicamente al proprio adulto.
Addio.
da
Non Vogliamo Paci
5. Leonardo Da Vinci.
Quando l'amante è giunto all'amato, lì si riposa (Leonardo, Aforismi).
La prima volta l’ho notato per la sua stravagante cartella viola. Fisicamente è il mio esatto contrario: pelle bianca, occhi verdi, testa platino. Usa i foulard al collo… come me. Di solito ne ha uno grigio fumo. Inutile dirti che è bellissimo. E intelligente! Con nessun altro posso discutere dei particolari dell’ultimo romanzo di Bradbury, o ridefinire la nostra realtà in termini platonici. Purtroppo non siamo nella stessa classe e le mie possibilità di scambio intellettuale si riducono ai pochi minuti prima del suono della campanella e all’intervallo pranzo. Ci sediamo sulla panchina di fronte all’entrata e per cinque minuti guardiamo le aiuole verdi davanti a noi, in completo silenzio. Poi ci scambiamo parole e sorrisi, o ci prendiamo in giro. Stiamo bene.
Il trillo della campanella non è mai stato tanto odioso come in questo periodo.
“Ehi!”
“Ciao! Che mangi?”
“Focaccia al rosmarino. Tu?”
“Modesto panino con modesta mozzarella e modesti pomodorini.”
“Che ore sono?”
“Le due. Fra mezz’ora ci tocca tornare in classe.”
“Perché non andiamo via?”
“Eh?”
“Oggi è il primo giorno di primavera. Ci hanno già rubato mezza mattinata, ti sembra giusto sprecare altre preziose ore di sole?”
E sia. Finisco il panino in un boccone e corriamo via, le gambe vanno veloci alla ricerca del verde, del verde!
Non vogliamo pace. Vogliamo fremito interiore, vogliamo passione, ci vogliamo a vicenda, desideriamo tutto di noi stessi. La pace può essere solo morte.
Il parco più vicino ha i cancelli spalancati. Come il nostro cuore. Il mio lo sento come non mai, pulsa irregolare e distorto, ma vitale. Guardo lui, vedo le sue guance rosse e baciate dal sole. Improvvisamente so cosa voglio.
Non ci siamo mai fermati, abbiamo continuato a correre per cercare il posto più giusto per noi.
Eccolo. C’è un albero, e dietro uno spiazzo verde, il nostro verde.
Esplodiamo di gioia, lui mi spinge ridendo verso l’albero, mi spiaccica sulla corteccia e mi bacia. È il mio primo bacio, è pieno di scariche rosa e verdi, tutto si blocca eppure continua a ruotare felice, e il mio cuore, il mio cuore, batte più forte ma questo è il ritmo adatto al momento e allora mi tranquillizzo e lo guardo. Sì, sono innamorato.
da
Sogno Reale
Mi accosto in silenzio ad uno dei cubi e rimango pietrificato. All’interno c’è una bellissima bambina, di non più di sei anni. I lunghi capelli biondi le cadono sulle spalle scoperte. È cianotica in viso, pare respirare a stento e ogni tanto ha dei piccoli sussulti. Indossa un vestito di velluto rosso, con lo scollo a barca. Un tempo doveva essere splendido, adesso è malridotto, sbiadito e strappato in più punti. La bambina è sdraiata sulla pancia e sta scrivendo qualcosa su un piccolo computer portatile; le sue dita si muovono sulla tastiera come se stessero ballando un can can scatenato. All’interno del cubo sono sparse tantissime penne e fogli fitti di appunti scritti a mano. La scrittura non mi sembra infantile: è precisa e lineare. Sono talmente concentrato nel cercare di decifrare i fogli che sussulto quando mi rendo conto di avere i suoi enormi occhi piantati in faccia; la bambina mi guarda come se fossi una visione, non saprei dire se terrificante o meravigliosa. All’improvviso scatta in piedi e si appoggia alla parete del cubo per vedermi meglio. Mi accorgo solo adesso che a metà della struttura è disegnato un piccolo oblò che si apre e chiude grazie ad una maniglia in miniatura. Lei mi sorride.
“Finalmente siete arrivati!” esclama appena apro.
Cos’è questo plurale? Ci sono solo io!
“Vi ho sognato tutte le notti! Sapevo che avreste trovato la strada!”
Dopo aver pronunciato queste sibilline parole sviene, non so se per l’emozione o per la debolezza. E ora che faccio? Dopo aver osservato a lungo il suo corpo inerte decido di chiudere l’oblò e andare dall’altra parte. Nell’altro cubo trovo un bambino. Sembra avere la stessa età della bambina ed ha lo stesso pallore mortale. Ha lunghi riccioli neri, indomabili, e l’espressione seria. Porta un cappellino rosso. Il suo cubo è più appariscente dell’altro, le pareti sono completamente ricoperte da quadri dai colori intensi, zeppi di immaginifiche figure. Sta realizzando uno schizzo col carboncino. Invece di parlargli mi ritrovo ad ammirare ciò che esce dalle sue dita e sono toccato dall’atmosfera che lo avvolge, calda nonostante la crudezza del luogo che lo ospita. Per fortuna si accorge di me e mi riscuote dal mio torpore. Abbandona composto la barretta nera e si avvicina al suo oblò per parlarmi. Mi fa segno di aprirlo.
“Non dovreste stare qui” mi dice appena apro uno spiraglio.
Di nuovo questo plurale.
“È pericoloso per voi. Io ormai qui sto bene.”
Non sembra convinto quindi insisto: “Come fai a stare bene rinchiuso in un cubo?”
“L’abitudine.”
Ci fissiamo. Ha lo sguardo adulto, non sembra un bambino.
“Vi farò uscire!” dichiaro all’improvviso. “Vi farò uscire, a costo di uccidere chi vi tiene prigionieri.”
“Perchè dite voi? Chi c’è oltre me?”
“Una bambina…”
Comincia a piangere. “Rubina… pensavo di non vederla mai più. Voglio uscire allora… fatemi uscire.”
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PERCORSO DUE
AMORE
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